lunedì 26 ottobre 2009

The Duel - da Thaton a Dont Know

Al risveglio il Mae Kok era ancora lì, a suonare la sua litania ancestrale.
Noi ci si alza, si riflette un po' sul prendere una barca, che ci avrebbe portato a Chiang Rai, inclusa visita a qualche villaggio sperduto, poi però un po' la voglia di raggiungere il Triangolo d'Oro, un po' il prezzo del battello stesso, fissato in 350 baht a capoccia, ci hanno riportato sulla amatissima strada, a dito alzato e attacchi di disidratazione acuti.
Dopo circa un'ora ci si trova ancora sotto il sole, e l'unico che si ferma è un motorino con in sella un uomo panzottello e una dolce ragazza dai tratti decisamente oriundi, che facevano pendere le sue radici tra Cina, Birmania e chissà quale area remota del MyanVietThaiCamb.
"Sono il direttore di una scuola qui vicino, sulla strada (l'unica) che porta al fiume e attraversa i villaggi delle tribù del nord" esordisce ThaiPanz "seguiamo progetti di integrazione tra i vari villaggi e le genti della Thailandia. La scuola ora è chiusa, per le vacanze, ma domani ci sarà piu' di qualche alunno perchè dei Monaci vengono a pregare da noi. Sarebbe mio onore avervi come ospiti"
"Potrete stare da me" conclude la dolce ragazza dai tratti.
E' bastata un'occhiata, perchè Maostralo, di queste occasioni, non se ne fanno sfuggire.
Ora,in quattro sul motorino si sta un po' stretti, non fosse per la sua panzona che quasi quasi.....via, ancora un po' col dito su. Giusto un'altra oretta.
Che poi si ferma il solito Pick Up, ben contento (e di fretta vista la velocità alquanto sostenuta) di portarci proprio lì, a quell'incrocio che se giri a destra vedi le tribù e poi muori nel Mae Kok.
Glug Glug
E poi una camminatina, giusto un paio di chilometrini.
"Hello! Hello!" al primo villaggio, timidi sorrisi al secondo ed eccoci di fronte al portone, con ThaiPanz tutto intento a preparare un bel banchetto.
Si mangia come porci, ci si accascia aul pavimento (su stuoia ndr) a casa di dolce ragazza e si sviene per almeno 4 ore.
Fuori si iniziava ad animare, genti imbandivano tavoli e panche per il dì domani e noi due si russava come bestie unte.
Al risveglio si aiuta a sistemare l'ultima panca, si da un'occhiata attorno per vedere se....e....e....e si vede un pallone da calcio, e dei bambini e dei ragazzi rincorrere 'o pallune stesse.
Mezz'ora al tramonto, questa non la si lascia scappar via, noi da bravi italiani medi cresciuti a Zoff Gentile Cabrini... e Oronzo Canà. Perchè la sindrome dell'allenatore nel pallone alberga sempre nel cuore di ogni Italiano medio che si rispetti.
Mao chiama a raduno, si presentà come Totò (Totò chi? Schillaci, Di Natale?) e divide le squadre in età medie eque. 75 anni a team.
Formazioni:
MaoTeam:
Portiere, giovane promessa del calcio tribale (7 anni), due puledri purosangue di 16 anni cadauno sulle fasce, mentre Totò si schiera al centro ("Totò" Bagni? Misteri della zona)
Il Lake schiera invece una squadra molto giovane ma temeraria, composta dal portiere (7 anni anch'esso), l'ala destra (8) l'ala sinistra (20?30? fisico giovine, volto antico coperto da taglio di capelli stile Millian Delitto al Ristorante Cinese (uelà, oggi si citano tutti i capolavori nostrani!) , mentre il Lago medesimo, esperto grigiore, si piazza al centro alla Franz, stesso stile stessa era (anche perchè sennò la media chi la tirava su?)

La partita è dai toni incandescenti, con il Lake scatenatissimo a smistare a destra e a manca e Totò tutto intento a ostacolare alla CannavaroCastAway. E a detta del Lago pure in maniera un po' rudella.
Il risultato non si sblocca e la giovane squadra mia un po' si demoralizza, e il capitano inizia a perder colpi, sicchè in contropiede equino la squadra di Mao ci infilza. Una, due, cinque volte, a fronte di innumerevoli occasioni LagoTeam sfociate in un paio marcature.
La squadra di Mao continua a segnare a valanga, noi si muore insieme al sole che tramonta e si perde il conto di quante volte ci infilzano.
Noi perlopiu' si annaspa, e si incespica. E il Lake rifila pure un calcione da tripla espulsione a uno dei puledri, il quale si alza di scatto e riprende il galoppo, mentre io, già monco di sinistro (pallone sgonfio e a piedi nudi sul cemento) termino l'opera fracassandomi pure la destra.
Ancora un paio di sfuriate avversarie e si conclude il match. In notturna al buio.
1...000-a 7 e buona notte.
Anzi no, cena con gli insegnani. Uomini da una parte. Donne dall'altra. Così come siamo. Puzzoni.
Si mangia un po' con le mani, quattro chiacchiere in Thai (loro) e finalmente liberi.
Megadocciona disinfestante e poi ci si butta lì, all'ingresso della casa di dolce ragazza, con il Lake superinfortunato a zampe all'aria massaggiarsi con ogni genere di TigerUnguento e il Mao che fa da spola tra la stanza la doccia e ThaiPanz.
Dolce ci racconta un po' la sua storia, a tratti romantica a tratti difficile.
Noi ci si gratta un po' la barba sconsolati, ci si fregia ognuno della propria ascella profumata e si va a ninne. Che domani è lunga e io devo trovare il modo di poter di nuovo camminare.


The Valley where the school is - one -

The Valley where the school is - two -

venerdì 23 ottobre 2009

Monsieur Mae Kok - da Mae Malai a Thaton

La mattina sveglia all'alba, con i primi lavoratori a far capolino al cancello della fabbrica e qualche raggio di sole lambire la copertina di cartone che qualche giorno fa avevo comprato a 60 cents. Mao invece usa il Sarong, che fa figo e orientale (ed è piu' cald0). Primi lavoratori e prime zanzarine, che si divertono a danzare tra un lobo e l'altro delle nostre orecchie, Il Lake per fortuna ha escogitato il calzino salva caviglia e quindi esce indenne, mentre Mao si gratta come un gibbone per le micropunturine. Ci si alza, si impacchetta tutto e ci si butta in strada. Fuori città ovviamente. Che la prima regola dell'autostoppista è mai alzare il pollice nei centri urbani. Realtà o scaramanzia? Fatto sta che la città è talmente "piccola" che per domarla camminiamo per almeno 4-5 km, accompagnati alle spalle da un sole già cocente. Ci assepiamo sotto al cartello di Goodbye, giusto prima di un curvone e mentre si attende ci sbraniamo un chilo di Rambutan. Colazione è fatta. E a meno due frutti ecco fermarsi due donne Thai che, in sella al loro pick up nero, sembravano appena uscite da un Rodeo, tanti i muscoli che le camiciole con le maniche arricciate all'insu' lasciavano intravedere. Insieme a noi caricano un ragazzo Thai (tanto per essere sicure...) che sale però in cabina, il raccomandato. Loro vanno a Chang Dao, famosa per la presenza di uno dei tre monti (forse il terzo) piu' alti della Thailandia, coda terminale della catena dell'Himalaya; mentre noi a Thaton, a 5 km dalle colline Birmane. Ma noi non ci si preoccupa e si procede. Che poi sarà il destino a metterci nel posto giusto. Arrivati all'inizio di Chang Dao ci siamo dedicati un'oretta su internet, piu' per il fatto che costava 20 cent l'ora, che per una necessità impellente. Ma certe cose, quando sei gitano squattrinato, non te le puoi proprio perdere.
Come dicevamo, ci mollano all'inizio di Chang Dao alias per fare autostop, fino alla fine ci devi camminare. Detto fatto, qualche altro chilometro non guasterà. Arrivati all'altro capo, l'ennesimo pick up si ferma pressochè immediatamente. Marito moglie e figliola. Si va, almeno fino a Fang. Al papi piace il Gran Premio e si lancia a tutta birra a tagliare le curve di colline sommerse dal verde piu' acceso,


sballottolando le testoline dell'allegra famigliola come quei canetti di peluche che usavano moda negli anni ottanta. sballottolando le testoline dell'allegra famigliola come quei canetti di peluche che usavano moda negli anni ottanta. Maostralo (pitechi ricordiamolo è in Monastero) se la spassano, sole in faccia e vento in poppa, finchè dal nulla (e nel nulla) la macchina inchioda. E mentre ci apprestiamo a smontare, cercando di capire a quale destinazione ci avesse mai portato, paparino fa cenno di sederci e di aspettare. Mamma e figlia scendono e quest'ultima si appresta a vomitare l'impossibile. Povera piccina, ci credo bene!
Terminata l'opera di svuotamento, Vomitina risale in macchina e papà riparte esattamente come prima, che l'imprevisto pit-stop ha portato via preziosi secondi.
Fang è bruttarella e dopo la pisciatina di rito ci si ributta on the road, fermamente convinti di dormire a Thaton. Il Golden Triangle è lontano, il tempo stringe e i soldi sono pochi.
Solita chilometrata infinita e...tac, manco ci fermiamo che si blocca un altro pick up, questa volta bordeaux. Un venditore di fiori finti e due baldi compari. Si scosta qualche foglia di plastica, ci si adagia sul duro e si va.

E si arriva pure!
E come prima cosa si studia il territorio, per capire dove stendere l'amaca.
Dovete sapere che ogni tempio del nord che si rispetti sta abbarbicato sul cucuzzolo di un colle. Centinaia di scalini regalano vedute mozzafiato, al loro termine regalano anche un po' di sosta al pellegrino sotto al tetto di una pagoda contemplativa.
E visto che siamo in città, quale luogo migliore se non la Pagodina sopra al fiume Mae Kok, che entra in Thailandia dal Myanmar giusto qualche chilometro a monte?
Trovato lo spot non ci resta che passare alla seconda delle quattro sacre esigenze del Clochard amacato: la doccia. Che qui sono 40 gradi e si puzza come mufloni.
Alla cifra da capogiro di 60cents, noi che si vive con 2,5 euri al dì alloggio incluso, abbiamo soddisfatto le nostre vanità immergendoci sotto una doccia gelata in una delle Guest House del paese, non felici, i padroni, di aver perso forse gli unici clienti del giorno.
E poi la cena, pregustata sin dal mattino, in una delle solite bettolacce decadenti, dove il Mao decide di rimaner un pelo piu' leggero della sera precedente, Porco all spiedo e in zuppa, mentre il Lake si tuffa sul pescegatto del Mae Kok, un silurino da mezzo chilo dalla forma di un vibratore fritto che non sai qual è la schiena, figurarsi il ventre.
Passeggiatina serale, giusto per attendere la quiete, un paio di ammiccamenti da due turiste di quelle "me piace l'omo zozzo ma solo pe 'na notte", ecco che è già ora di dondolarci un po'.
Si tira l'amaca, si infila il calzinetto e si ascolta.
Si ascolta il Mae Kok ribollire nel suo letto, incedere dolcemente conquistando territorio nel silenzio di una notte tropicale. Come musica sinfonica culla i nostri letti aiutato da una sagace brezza che chissà da quale parte del Myanmar nasce, struscia sorniona le gonne dei mille colli che separano le due terre, e se ne infischia dei confini e delle guardie, danzando per mano con le acque bruno scuro di questo fiume di storia e di tradizioni secolari.
Buona Notte!



Monsieur Mae Kok e Madam Birman

Casa nostra al Tempio

Good Morning Myanmar!

mercoledì 21 ottobre 2009

L'eso(r)d(i)o - da Pai a Mae Malai

Dove eravamo rimasti? Ah, si, accompagnamo la Dubay-San al bus e attendiamo da Pai il suo arrivo al Monastero, dopodiché ci si butta sulla strada. Direzione Mae Malai. Il caso ha voluto che fossero le due di pomeriggio di una torrida giornata della wet season, che significa che testa alta e pollice alzato come minimo ti sturi 2 litrozzi di acqua all'ora. Ma poco male, ci sentiamo fortunati. Il Lake, autostoppista improvvisato, alza il pollice con grazia maldestra, quasi a dire "se non ti è troppo bisturbo..." piega la gambina ed arrossisce ad ogni sguardo, mentre il Dottor Lupacchitch, ormai scafo e ben sturato, maglietta gialla acchiappasguardi, tipo ausiliario del traffico fa cenno con la manina destra fermate o te spezzo, e pollice sinistro al cielo, quasi a infilzare le nuvole che di passaggio si godevano lo spettacolo. Dopo circa un'ora Mao assume a vista d'occhio un colore marroncino che farebbe invidia a qualunque vacanziere tutto sdraio mentre il il Lake comincia a riflettere sui perchè della vita, lo step prima delle invocazioni a Dio. E mentre ci si sbucciava una banana dal casco acquistato poco prima ecco fermarsi di scatto un pick up con un altro Farang assiepato nel retro. - Vado solo per 10 km, se vi va... - Dieci è meglio di zero, si parte. Un attimo di socializzazione, quattro buffi di vento nei capelli ed eccoci nuovamente a terra. Nel nulla. E dal nulla sbuca un contadino che alle spalle fa: "bus! bus!" "No no, no bus, non se ne parla, vada come vada" "Io abito qui" risponde tra gesti e parole vagamente inglesi l'uomo della Terra indicando un ingresso tra le frasche tropicali di non so quale rampicante "se per questa sera non vi hanno caricato venite a dormire da me. Ci sarà anche mio figlio, che lui l'inglese lo parla!" Ringraziamo a mani giunte e ci salutiamo. Grazie Nonno, non si sa mai. E non appena ci salutiamo il destino vuole che un altro pick up si fermi. Due ragazzi e un monaco. "Mae Malai? Mae Malai!" Che culo, si va! Dopo un paio d'ore tra profumo di giungla e allegri cinguettii tropicali, raggiungiamo Mae Malai dove troviamo un mercato serale del cibo. Un paio di vasche, giusto per controllare prezzi e merci, un paio di rifiuti di venderci della frutta perchè noi uomini di strada siamo poveri e un po' si deve contrattare, ed ecco che lo sguardo di Mao viene rapito e violentato da una fettona di pancetta di un paio di cm di spessore, panata e fritta in chissà quale olio subtropicale. Lagus invece ripiega su un bel pescetto di fiume marrone pescato in prossimità di chissà quale condotto delle fognature. Una Papaia per il dopo e il gioco è fatto. O quasi.
Dove.
Troviamo un tavolo giusto fuori dal mercato, toh, che culo (again). Mentre si sbafa piu' di qualche poliziotto ci ronza intorno, però sorride. Il Lake non abituato a questi facili affetti rimane un po' sulle sue, fino a che un uomo in semiborghese, ossia in borghese ma col pistolozzo si avvicina per scambiare quattro chiacchiere. Ma proprio quattro perchè poi gira i tacchi e si fa beatamente i cacacci suoi. Altri poliziotti passeggiano e sorridono tra qualche lisca di pesce da un lato e riccioli di panatura tarzanellati nella folta chioma barbale di Mao, si termina dunque la cena e ci si appresta all'ultima missione del giorno. Ando tirà l'amàca. Alzandoci salutiamo cordialmente gli uomini dell'ordine che ricambiano affettuosi, e ci accorgiamo di aver cenato al tavolo del patio della caserma. Mmmmh, beh, grazie! Dopo piu' qualche chilometro al buio alla ricerca di due alberi o pali che siano, il che non è affatto semplice in una città, eleggiamo a miglior posto di Mae Malai un Gazebo di fronte a una fabbrica dalle luci ancora accese. Non distanti da noi due Bar abitati da un ciuffo di persone abbracciate tra loro tutte intente a far tintinnare le bottiglie al ritmo di musica del Siam. Si tirano le corde, ovvero Mao tira le corde, si rolla 'na sigaretta ed ecco che....una macchina a tutta velocità si lancia nel piazzale della fabbrica a tutta birra e illumina il Gazebo a giorno. Scende combattivo e..." ma siete Farang" esclama con gioia mentre riconosce i visi pallidi e le barbe impossibilmente orientali. "No perchè pensavo fossero Thai" (!) continua il buffo signore Thai "Io sono il proprietario della fabbrica. Ma se siete Farang allora non c'è nessun problema. Anzi, siete miei ospiti! Che volete qualcosa da bere, vi serve acqua?" "No grazie" decliniamo noi ancora un bel po' basiti. "Allora...enjoy your staying!" conclude l'imprenditore risalendo in macchina " A domani!"


Il Lake e i suoi "Perchè?"

sabato 17 ottobre 2009

Sulle Colline Atto Secondo

Il giorno successivo abbiamo deciso di visitare alcune grotte, un altro paio di tribu' (piu' easy) e di percorrere un loop tra le montagne, rigorosamente in motorino. Destinazione finale Zio Rudy di nuovo. Alla fine si sta bene, Mao ha il suo spot per l'amaca e noi la nostra capanna di bambu' e foglie intrecciate.
La Lod Cave ( la grotta) in realta' e' un passaggio dentro a una collina probabilmente eroso dal fiume che ci scorre dentro. Obbligatorio quindi, il tragitto in barca (anche questa di bambu').
Una sorta di discesa agli inferi, dove tutto e' oscurita' e odore acre di caccozio di pipistrello (ovunque). Uno dei Caronte Thai ci traghetta verso la prima grotta di tre, dove si scende a piedi, si osserva e si risale. Idem per le altre due. Conclusione finale carine ma non eccezionali.
Ripresi i nostri ferri siamo partiti direzione tribu' Kharen, villaggio remoto non distante dal Myanmar. Dopo chilometri di saliscendi costanti arriviamo a destinazione. Qualche timido sorriso, un paio di acquistini e ripartiamo.
La strada secondaria che porta a Mae Hong Son corre in cima a una catena di colline regalando incantevoli vedute sulle valli circostanti, attraversate da una rete di fiumi pluviali, e contornate da irti colli che spuntano dalla piana come panettoni al sole. Sorrisi e mani alzate accarezzano i viandanti mentre attraversano paesi dimenticati da Dio ma non dalla gioia.
Qualche ora e siamo di ritorno da Rudy, che ci aspetta con una cenetta da tutti assieme appassionatamente.
La mattina dopo e' gia' tempo dei saluti. Maostralopitechi si spostano a Mae Hong Son, per un po'.
Lunga guidata, qualche cascata qua e la' e giusto prima di arrivarci decidiamo di visitare un monastero buddista. Nemmeno il tempo di parcheggiare il motorino che la Dubix e' gia' dentro come tirata da fili di seta invisibili.
Dopo qualche minuto si entra anche noi e la si trova parlare con il Bonzo capo, seduta in fronte a Budda e il Bonzo medesimo.
"Ragazzi, qui fanno il ritiro Vipassana, sette giorni di meditazione. Io mi sento che mi devo fermare" esordisce Dub-budd appena usciti dal monastero.
E cosi' sia.
Si torna indietro, per riorganizzarci. Novanta chilometri di pioggia e scavallamenti di montagne ci portano nuovamente a Pai, ormai crocevia delle nostre dipartite.
Serata tutti assieme e l'indomani ci si divide.
Erika in meditazione serrata, Lake che adotta il metodo Lupacchini (Mao): amaca e autostop. Destinazione finale Golden Triangle.
Via!
L'uomo delle Caverne









Dubix Monastica in partenza

mercoledì 14 ottobre 2009

Sulle colline


Partiti il tardo pomeriggio direzione Mae Hong Son, dopo qualche ora i motorini hanno deciso di non voler viaggiare di notte. Il primo paese e' nostro. Lisu Lodge, capanna nel nulla, spot per l'amaca, done. E chi ci troviamo? Rudy tetesco ti thailantia che quindici anni prima ha detto basta alla caotica vita occidentale e si e' trasferito qui da qualche non ben definita area tra le impervie colline di Pai. Anzi su una delle. Rudy (Rudolf?) e' un esperto di tribu' e grotte e pure di cascate e mostrandoci a petto gonfio la cartina delle colline, direttamente disegnata da lui, riempiva i nostri occhi di leggende inenarrabili e luoghi "paradisicamente" incontaminati. E piu' raccontava e piu' i nostri motorini ruggivano inferociti come belve fameliche della selva piu' oscura. Ma, dice Rudy, niente motorini. Qui si va a piedi, 20 km per quel villaggio, quindici per l'altro 7 per...e piu' parlava piu' i nostri occhi si ri sgonfiavano come meduse in secca. Il giorno dopo, non totalmente convinti, Maostralopitechi accettano una proposta di perlustrazione da parte del Lake che testera' il territorio con il suo Yamaha Mio dopodiche' riportera' alla commissione la suituazione del manto stradale. Il Lake che come tutti sanno vede cio' che vuole, ovviamente riporta sporadiche pozze d'acqua e un manto sterrato tuttosommato percorribile. Detto fatto. Ciao Rudy, noi si va a Manara'. La strada, ovviamente sterrata ma compatta, e' davvero suggestiva, e corre tra una collina a sinistra e uno strapiombo costante a destra. Su e giu' Su e giu'. Su su su su. Giu' Giu' Giu' Giu'. Curva di 45, curva di 90, curva di 180. Destra sinistra. Giu' giu' giu' giu. Su Su LagoDub sullo Yamaha medesimo, guardinghi e turisti fai da te, si godono le anguste vallate di riso verdebrillante circondate da aspre colline con pareti a strapiombo ricoperte da muri di foresta supertropicale;

Mao, in preda a una Mugellesca Bacterica, cavalca inferocito il suo Honda a marce, casco easy rider e barba al vento (tanta barba. talmente tanta che sembra ZZTop) mordeva la strada a colpi pedalina. Arriviamo al primo villaggio, palafitte di legno, tetto di foglie, cani maiali galline, abbarbicato sul pendio della montagna. Stirpe Kharen. Giretto turistico, frutto e sigaretta. La strada di fronte a noi non e' troppo lunga ma l'insidia sta sempre dietro l'albero di banane. Il secondo villaggio e' completamente diverso, la gente pure. Capanne di legno, tetti di foglie differenti, il paesello si sviluppa in tondo, tutt'attorno a un'ipotetica piazza che pero' non e' una piazza. Non lo so, sembra un po' uno di quei luoghi dove once upon a time ci vendono le bestie. La gente pure e' differente, non somaticamente, comportamentalmente si. Li' c'era poco da girare, amenoche' non volessimo fare qualche girotondo della fantomatica piazzetta, e dopo averlo fatto siamo ripartiti. Qualche chilomentro ed entriamo in una valle stretta con il fiume a scendere con noi cimpletamente dominata da alberi secolari, rampicanti fittissimi e cespugli profumati. Ogni tanto ci sfiorava il profumo del lemongrass appena smosso. Qui la strada e' tutta curve e discesa, che significa che prima o poi l'avremmo dovuta fare, la salita. Lo appunto perche' il Mio, cioe' il mio, si insomma il mio Yamaha Mio (precisazione era della Dubinci ma la strada..la strada...!) in due senza marcia a 20 all'ora le fa le salite, che poi significa che ci stai due ore a tornare indietro, anyway nel bel mezzo di orgasmi multipli oculari, davanti a noi si apre Manara', sempre legno e foglie costruita su una sorta di terrazzamento a quattro livelli. Giro veloce, solito frutto e nicotina e..... E. E inizia a piovere. Dopo un'ora di trattative serrate sul da farsi sotto una tettoia di metallo, Maostralop. decidono per la ritirata. Che se l'argilla battuta si ammolla, le pozze, i fiumi che straripano, frane, rovine, le famose nevicate di Pai, fatto sta che giriamo i tacchi e battiamo (saggiamente) in ritirata. Adios Manara' prima o poi ci si rivedra'. Facile a dirsi. Sembrava un acquagym. Te sali sul tuo motorino, ti lanci in curve discutibilmente geometriche, a salire con ruscelletti infimi di acqua che scioglievano l'argilla e toglievano aderenza alle esili gommine cheap montate sui nostri ferri da combattimento. E poi scendi...uhuuuu che scendi! Mossa numero uno: la Dubay salta sul callo del Mao, che e' poi' potente. Mossa numero due la Dubay scende a ogni salita e ogni discesa. Praticamente passeggia. Numero tre, nelle salite il fuoripista, nelle discese si cavalca piedi a terra con le ruote incastrate in un ruscelletto di fango. Cosi' non slittano. Lago casca due volte. Ovviamente da fermo. Piove che ti sembra che ti stiano tirando le biglie in faccia. E sali e scendi e cammina e sali e scendi e scavalca, dopo un'ora abbiamo gia' 7 chilometri alle spalle, davanti a noi una Ute con due ruote sprofondate nella fanga e tanti piccoli Thai o chissa' di quale etnia che spingo e ridono gioiosi. E quando il gioco si fa duro.... La prima botta e' andata male, anche perche' si dovevano ancora prendere le misure...e le solite scuse, ma la seconda "Mao The Pai Doctor" and Lake si lanciano nella spinta piu' forte del mondo e mentre la macchina stava per uscire tutti si staccano tranne me medesimo che mente continua a denti stretti a dare il suo apporto viene colpito ripetutamente da una raffica di stronzetti di melma che dalla ruota liberata fioccavano a destra e a sinistra e al centro e sopra e sotto ogni pezzo di superficie corporea Laghesca che gia' camminava sulle ginocchia perche' sprofondato come la Jeep. Una sommersione. Urla saluti abbracci e se vedemo'. Che ci sono ancora 10 chilometri e chi lo sa quanto si sta'. Solito su giu' destra sinistra biglie e al crepuscolo vediamo in lontananza la Guesthouse. E Rudy. Che sulla porta ci osserva e se la ride sotto i baffi.